No… non mi lasciare

0

Gli abbandoni di animali cosiddetti d’affezione come indice del rapporto distorto che abbiamo con loro.


Durante il lock down

Era stata facile previsione: la corsa all’adozione di un animale, preferibilmente un cane, durante il lock down da Covid, avrebbe potuto ritorcesi contro di lui data la fragilità delle motivazioni che ne erano alla base. A partire da quella, oggetto di scherno, ma reale, connessa al fatto che i cani ci permettevano, in qualità di loro accompagnatori, quelle uscite “per i suoi bisogni e la passeggiatina” negate agli altri umani costretti in casa; per proseguire con quella legata alla ricerca di compagnia, ammantata da sfumature altruistiche del tipo “adesso che sono a casa posso dedicarmi a lui come si deve”, rovesciamento speculare del più credibile “adesso che sono chiuso in casa, mi distraggo un po’”. Pochi pensieri su quel dopo, già puntualmente divenuto presente, che parla di cessioni e/o abbandoni in crescita (dati ENPA). Per cause inoppugnabili, quali problematiche sanitarie dell’unico proprietario, ma spesso per difficoltà di gestione, espressione che spesso nasconde semplicemente la presa d’atto di accorgersi di avere a che fare non con il bambolotto immaginato, ma con un essere vivente, in quanto tale portatore di esigenze fondamentali, non necessariamente in sintonia con i desiderata dell’adottante.

La caccia

Il lock down, comunque, non è l’unica né la maggiore causa degli abbandoni, dal momento che liberarsi serenamente del proprio pet è usanza quanto mai diffusa, quantificabile ogni anno con numeri che, relativamente solo a cani e gatti, sono prossimi alle 120.000 unità. Le ragioni sono in realtà molteplici: se si concentra l’attenzione sui cani, i picchi risultano in ascesa all’inizio di ogni stagione venatoria, quando una parte di loro si dimostra non abbastanza dotata per soddisfare le aspettative dei padroni cacciatori: i più lenti, i meno capaci, i non appassionati alla passione venatoria di chi li possiede finiscono giustiziati seduta stante, tanto il fucile caricato a pallettoni, vero e proprio oggetto di culto, è sempre a portata di mano, o in alternativa abbandonati lontano da quelle case, che, per quanto ben poco ospitali, sono per loro l’unico luogo di riferimento. Altro momento clou è quello di chiusura della caccia, quando disfarsi di un cane che per qualche mese dovrebbe solo mangiare a sbafo è la soluzione più sbrigativa, tanto a tempo debito se ne troveranno tanti altri, perché l’articolo non è certo in esaurimento.

Le vacanze estive

Ma nemmeno i comportamenti dei cacciatori esauriscono l’analisi, dal momento che gli abbandoni si impennano regolarmente anche durante la stagione estiva, quella dove il rito delle ferie fagocita la retorica dell’amicizia imperitura uomo-cane e celebra piuttosto il pragmatismo egocentrico e antropocentrico per cui se il cane diventa un ingombro, basta liberarsene. Il cane, da grande insostituibile amico, così glorificato in tanti discorsi strappalacrime che lo celebrano nella sua fedeltà contrapposta alla inaffidabilità di ogni altra relazione, si trasforma in un batter d’occhio in un problema, un fastidio: nel nord Italia in genere si privilegia la cessione di proprietà ad un canile, al sud la strada.

Le cifre degli abbandoni nella stagione estiva appaiono poco sensibili alle campagne che da molti anni cercano di opporsi a questa barbarie; si tratta per altro dell’apoteosi stagionale di un fenomeno che, in misura diversa, ha luogo anche negli altri periodi dell’anno per i più svariati motivi: si cambia casa, ci si separa, nasce un bambino, la crisi economica incombe, la gestione è complicata, o semplicemente la passione sbandierata ai quattro venti, nell’autocelebrazione della propria generosità, all’ingresso in famiglia di uno spaurito animale, è presto sbiadita in un’indifferenza annoiata quando non in una rabbiosa insofferenza per le sue abitudini. Quali che siano le spinte all’abbandono, la fine è segnata: finiranno stroncati da fame e sete, caldo o gelo, sfiancati da una fuga senza meta, magari spiaccicati nell’urto rumoroso di un parafango o, nella più fortunata delle ipotesi, disorientati nell’estraneità di un canile-rifugio, troppo spesso destinato a trasformarsi in una carcerazione in uno spazio angusto con fine pena mai.

Animali d’affezione?

Vale la pena sottolineare che le vittime di abbandono sono animali cosiddetti “di affezione”, quelli cioè appartenenti ad una delle pochissime specie che gli umani considerano degne del proprio affetto a fronte di tutte le altre (maiali, polli, bovini, pesci….), che sono vittime indiscusse di abusi. Animali d’affezione? L’affezione a cui si fa riferimento è di fatto appannaggio solo del cane, sempre in adorazione del suo compagno umano, che è disposto a seguire nelle peggiori situazioni, pronto a trotterellargli al fianco, se mai con un’ occhiata interrogativa, subito inglobata nell’ansia, tradita nel respiro affannoso, nel cuore che acellera i battiti: per una sola paura: non farcela a seguirlo. Mentre, come sentenzia un proverbio francese, solo se meticolosamente addestrato l’uomo può diventare il migliore amico del cane.

E’ innegabile che esista anche una miriade di persone che non si allontana da casa per un solo giorno da quando l’amico a quattro zampe l’ha reso difficoltoso o ha cominciato a frequentare solo posti dove anche lui è ammesso o mai elaborerebbe un progetto di vita che non contemplasse la sua presenza. Ma, accanto a queste, è insopportabile il numero di quelle centinaia di migliaia di individui che si liberano di esseri viventi, scaricandoli lontano, come si fa con la spazzatura, magari in autostrada per meglio proteggersi nell’anonimato: troppa fatica persino portarlo in un rifugio.

Un rapporto squilibrato

Da quale stordimento della sensibilità prende forma questa crudeltà? E’ evidente che l’abbandono è solo l’ultimo atto di un rapporto squilibrato, le cui fondamenta poggiano su una svilita considerazione dell’animale: troppo spesso l’uomo, nella sua dilagante concezione antropomorfa, non riesce a vedere l’animale come soggetto che, in tutta la sua diversità, è portatore di diritti da rispettare. Il cane, il criceto, la tartaruga, il furetto (!), il pitone (!!) e tutti gli altri (scandalosa la superficialità con cui si portano in casa animali etologicamente destinati a ben altri contesti), vengono scelti con la noncuranza che si dedica alle cose, a cui viene riconosciuto solo un valore monetizzabile: li si considera poi proprietà personale, come per altro bene indicano gli appellativi “padrone” o “proprietario” con cui si designa il proprio ruolo rispetto ad un animale. Se questo è il punto di partenza, tutto il resto è consequenziale: si è “proprietari” o “padroni” solo di cose, di cui, entro certi limiti, si può fare ciò che si vuole. Non certo di un animale, di cui, come per i bambini, si dovrebbe essere responsabili, nel rispetto dovuto alla sua essenza, così diversa dalla nostra, ma così ugualmente (o forse più) dignitosa. Quando si guarda al nonumano con curiosità e senza alterigia, è davvero un mondo ad aprirsi ai nostri occhi: ogni animale, in modo peculiare alla propria specie di appartenenza, non solo pulsa di vita, ma prova bisogni, sperimenta desideri, sa trasformare le emozioni di un momento in amore, attaccamento, fedeltà. Nella conoscenza reciproca, nel gioco del riconoscimento dello stato d’animo dell’altro, è allora possibile stabilire una relazione complessa e profonda in cui ciascuna delle due parti, quella umana e quella animale, non può che arricchirsi.

Tutta la storia dell’umanità ci ha visto a fianco degli altri animali: nella nostra società contemporanea, nell’habitat innaturale delle città, molti di loro non possono sopravvivere per conto loro, ma ne abbiamo talmente bisogno che siamo andati sempre più circondandoci di quelli domestici, o che abbiamo addomesticato, diventandone perciò responsabili.

E’ giusto e doveroso quindi che le leggi siano intervenute a sancire e punire come reato l’abbandono di animali (l’art 727 c.p. prevede l’arresto fino a un anno o un’ammenda tra € 1000 e € 10.000): quando la natura umana non ce la fa da sola a riconoscere la profonda immoralità di certe azioni, deve essere il legislatore a sopperire a tali vuoti: nell’attesa che il rispetto per gli animali, imposto per legge, venga poi introiettato come valore. Ad oggi la strada appare quanto mai lunga.

Credo che, tra tutte le emozioni sperimentabili, dagli umani come dai non umani, la più forte e intollerabile sia la paura: da questa, dalla sua forma estrema che è il panico, è invaso qualunque animale strappato alla sua normalità, fatta di cose e luoghi conosciuti, di voci, anche severe, a cui dare ascolto. Ancora prima della sofferenza fisica a cui inevitabilmente andrà incontro, sarà lo sconvolgimento del terrore quello che proverà un animale abbandonato, un terrore che lo immobilizzerà al bordo di una strada o lo costringerà a correre disperatamente, senza direzione, lontano. Ci sarà poi lo sfinimento, ma anche, c’è da scommetterci, il rimpianto e la nostalgia, se sarà rimasto ancora del tempo. “Per quanto ci pensi, non capisco la ragione di un tale attaccamento del cane” scrive Abbas Kiarostami. Perché, incredibilmente, continuano ad amarci. I cani.

Annamaria Manzoni
Per Progetto Vivere Vegan


testo @ Annamaria Manzoni – foto di Free-Photos da Pixabay
Share:

A proposito dell'Autore

Psicologa, psicoterapeuta, scrittrice. Per riconoscere e contrastare le ingiustizie contro gli animali, sostenute dal pensiero comune.

I commenti sono chiusi