F.A.Q.

Frequently Asked Questions

Ecco le domande più frequenti che solitamente ci vengono rivolte e le rispettive risposte (certamente sintetiche).
Se fra queste non trovi quello che cerchi, contattaci!

Com’ é nata la parola “vegan”?
La parola “vegan”, una contrazione di “veg(etari)ano”, fu coniata da Donald Watson che, insieme a un gruppo di vegan inglesi, fondò la Vegan Society a Londra nel novembre del 1944.
Il termine sta per indicare coloro che cercano di escludere tutte le forme di sfruttamento e crudeltà sugli animali.
Perché diventare vegani?
La ragione fondamentale per diventare vegani è il rispetto per gli animali.
Chi segue questa filosofia di vita considera gli animali non dei semplici oggetti, ma esseri sensibili con un loro valore intrinseco. I vegani, quindi, nella pratica, evitano di consumare prodotti di origine animale come carne, uova, latticini, pelle, lana, prodotti testati o prodotti che ne contengono.
Si rifiutano di tenere gli animali in gabbia, di comprarli, non visitano zoo o acquari, non vanno al circo con animali, non assistono a palii e feste che utilizzano animali.
Cercano di evitare tutto quello che comporta la sofferenza e/o la morte per gli animali.
Ogni anno miliardi di animali sono trasformati in prodotti alimentari e questo comporta per loro una esistenza fatta solo di sofferenze, una esistenza che somiglia molto più ad una lunga morte che ad una seppur breve vita. Chi compie la scelta vegan rifiuta di essere causa di tutto ciò.
È vero che la dieta vegan può migliorare la salute?
È vero. Secondo i dati epidemiologici i vegani possono godere di salute migliore rispetto agli onnivori.
Tutto certo dipende dalla propria consapevolezza alimentare.
Nutrendoci di soli vegetali, in modo bilanciato e vario, possiamo ridurre considerevolmente l’incidenza di numerose patologie, in primo luogo quelle cardiache e tumorali che sono le prime cause di morte nei paesi industrializzati.
Per approfondire: www.scienzavegetariana.it
È vero che la dieta vegan può contribuire a eliminare la fame nel mondo?
Se fossimo tutti vegani si potrebbero coltivare i vegetali necessari a soddisfare le esigenze alimentari di tutta la popolazione della Terra. Il perché è semplice: la produzione di alimenti animali necessita grande quantità di vegetali da destinare all’alimentazione degli animali.
Se i vegetali fossero direttamente destinati al consumo umano si potrebbero nutrire molte
più persone. Durante la trasformazione dei cibi vegetali in cibi animali (carne, latticini, uova) si ha una notevole perdita di proteine e di energia dato che una parte dei nutrienti serve a sostenere il metabolismo degli animali e a produrre anche tessuti non commestibili.
In termini numerici: destinando un ettaro di terra all’allevamento bovino otterremmo in un anno 66 chilogrammi di proteine; destinando lo stesso terreno alla coltivazione della soia otterremmo nello stesso tempo 1848 chilogrammi di proteine, cioè 28 volte di più.
Sicuramente occorre anche e soprattutto una politica sociale in grado di distribuire equamente le risorse.
È vero che la dieta vegan aiuta l’ambiente?
Non ci sono dubbi: la produzione di alimenti vegetali è molto più ecologica della produzione di carne, latte, uova, pelle, pellicce e tutto ciò che possa derivare dall’allevamento degli animali in qualsiasi settore.

I vantaggi sull’ambiente della produzione di soli alimenti vegetali
Per restare nel campo alimentare, certamente quello che incide di più, possiamo dire che se è necessaria meno terra per sfamare un vegan rispetto ad un onnivoro è chiaro che l’impatto ambientale di miliardi di esseri umani che mangiano carne sarà nettamente superiore rispetto ad un’umanità vegan – non si abbatterebbero le foreste per lasciare spazio ai pascoli, si utilizzerebbe meno energia sotto forma di combustibili fossili per coltivare i campi e per allevare gli animali (e questo a sua volta ridurrebbe l’emissione di gas che provocano l’effetto serra), meno pesticidi e meno fertilizzanti (entrambi prodotti estremamente inquinanti).

Più allevamenti vuol dire più consumo di petrolio
Alcuni dati possono confermare quanto sopra: nella foresta dell’Amazzonia l’88% dei terreni disboscati è adibito a pascolo, quasi il 70% delle zone disboscate del Costa Rica e del Panama sono state trasformate in pascoli a partire dal 1960 oltre un quarto delle foreste del centro America sono state abbattute per ottenere spazio per gli allevamenti; per ottenere un chilogrammo di farina è necessario utilizzare circa 22 grammi di petrolio, per produrre un chilogrammo di carne è necessario impiegare 193 grammi di petrolio: quasi nove volte tanto, tant’è vero che il contributo all’effetto serra dato dagli allevamenti è circa pari a quello dato dalla totalità del traffico degli autoveicoli nel mondo.

Il problema dello smaltimento delle deiezioni
Inoltre, ogni anno in Italia l’inquinamento che viene direttamente dagli allevamenti genera circa cento milioni di quintali di deiezioni animali. Le deiezioni sono caratterizzate da una alto contenuto di metalli pesanti, quali zinco e rame, che sono somministrati artificialmente agli animali e che possono raggiungere nel terreno concentrazioni notevoli, al limite della fitotossicità; inoltre sono causa di una vera e propria “fecalizzazione ambientale” delle falde acquifere, sempre più contaminate da nitrati e nitriti.

I residui dei farmaci
Oltre al contenuto organico e al contenuto di metalli pesanti degli escrementi animali esiste il problema dei residui dei farmaci somministrati agli animali (soprattutto antibiotici ed ormoni).

Perché i vegani rifiutano di consumare latte e derivati?
Nonostante la credenza comune, le mucche, e anche i vitellini, vengono uccisi nel ciclo produttivo del latte. Se le mucche fossero libere vivrebbero venti o più anni, negli allevamenti vengono macellate a cinque-sei anni quando iniziano a produrre meno latte; i vitellini maschi, separati dalle madri per consentire la mungitura, sono destinati al macello a poche settimane di vita (carne di vitella) o fatti ingrassare e macellati dopo circa due anni (carne di manzo).
Il latte viene prodotto da mucche inseminate perlopiù artificialmente; se non fossero ingravidate e quindi non mettessero al mondo i vitelli destinati al macello, non produrrebbero latte. Inevitabilmente, chi consuma latte e derivati, incentiva la produzione di carne.
Ai vegani non importa sapere se il formaggio possa contenere o no caglio animale (ottenuto dallo stomaco dei vitelli macellati): anche senza caglio animale il formaggio deriva dallo sfruttamento e dalla morte di animali.

Noi troviamo semplicemente sbagliato, disonesto, ingiusto, abominevole, rubare il latte ad animali di altre specie, attaccandoli a delle macchine e aspirando quello che sarebbe il nutrimento destinato aI loro vitellI, come se fossero rubinetti e tubature e non esseri senzienti. È una scena da film dell’orrore.

Perché i vegani non mangiano le uova?
Nonostante la credenza comune, le galline, e anche i pulcini maschi, vengono uccisi nel ciclo produttivo delle uova.
Le galline libere vivrebbero quindici anni, mentre negli allevamenti (sia nei capannoni che all’aperto) vengono sgozzate a circa due anni, per diventare carne di seconda scelta, non appena la loro produttività diminuisce. Inevitabilmente, chi consuma le uova, incentiva la produzione di carne.
Appena nati i pulcini vengono separati: i maschi vengono quasi sempre uccisi perché non adatti per la produzione della carne: sono buttati vivi in un tritacarne per diventare mangime o vengono uccisi soffocandoli con del gas, o ancora lasciati morire ammucchiati come “scarti“; le femmine sono avviate alla produzione di uova.
Pratica comune è il taglio del becco, senza anestesia, per evitare che si feriscano.
Perché i vegani non mangiano il pesce?
La morte dei pesci avviene quasi sempre per soffocamento. Solo perché si tratta di una sofferenza silenziosa non viene tenuta in nessuna considerazione. È una morte dolorosa. Questa è la ragione per cui chi è vegan non mangia carne di pesce.
La loro carne non è necessaria per la nostra alimentazione. Vediamo perché.
I nutrienti nella loro carne sono essenzialmente proteine e ferro, contenuti entrambi in quantità adeguate in una dieta vegan.
Mentre sono stati pubblicati studi nei quali si afferma che acidi grassi omega-3 (il DHA e l’EPA) contenuti nel pesce ridurrebbero l’incidenza di malattie cardiovascolari, altri invece hanno rilevato che chi mangia spesso pesce ha una maggiore incidenza di patologie cardiache o, comunque, che il pesce non ha effetti protettivi. Inoltre è ampiamente dimostrato che nei vegani l’incidenza di queste patologie è decisamente inferiore rispetto agli onnivori e i cibi vegetali (in particolare l’olio di lino, le noci, il germe di grano, la soia e suoi derivati) contengono un tipo di omega-3 (l’acido alfa-linolenico) che l’organismo umano può facilmente convertire in DHA ed EPA.
Inoltre il pesce contiene altri grassi saturi (molto ridotti nei cibi vegetali) e colesterolo (del tutto assente nei prodotti vegetali). Un altro problema è l’elevato contenuto di inquinanti tossici del pesce, principalmente diossina e mercurio. La dieta vegan invece è la migliore per ridurre l’assunzione di sostanze tossiche. Gli allevamenti ittici non rappresentano una soluzione né eticamente, né ecologicamente, né economicamente valida. Il mangime dei pesci è spesso composto di farine proteiche ottenute perlopiu’ triturando altri pesci “di scarto”, pescati a grandi profondità; questa pratica aumenta lo sfruttamento dei mari dato che viene favorito il mercato dei pesci meno pregiati, contribuendo cosi’ a danneggiare gli ecosistemi marini anche a maggiori profondità. Inoltre gli allevamenti ittici sono altamente inquinanti (per via delle grosse quantità di liquami prodotti – fino ad una tonnellata di rifiuti solidi per ogni tonnellata di pesce prodotta – e dei farmaci utilizzati) e necessitano di enormi aree lungo le coste o di enormi quantità di acqua dolce.

Per saperne di più su l’alimentazione a base vegetale: www.scienzavegetariana.it

Perché i vegani non mangiano il miele?
Le api (Apis Mellifera) sono insetti con un sistema nervoso molto sviluppato e dunque provano dolore al pari degli altri animali (come dimostrato da molti studi).
Per questo chi è vegano non consuma i prodotti dell’apicoltura (miele, pappa reale, propoli, cera) dato che essa implica, molto spesso, al pari di ogni altro tipo di allevamento, sofferenza e morte per gli animali.
Sebbene spesso sembri una forma di allevamento molto più compatibile con lo stato naturale degli animali, anche il più attento degli apicoltori non potrà fare a meno di calpestare e uccidere un buon numero di api nel processo di verifica delle condizioni dell’alveare e di estrazione del miele.
A questo va aggiunto quello che succede presso molte apiculture commerciali dove il rispetto per questo animale non è contemplato e dove il profitto è alla base di ogni scelta aziendale.

Noi vegani siamo contrari ad ogni sfruttamento animale e per questo non siamo interessati a consumare il miele che non ci appartiene.

Ma cos’è esattamente il miele?
Il miele – ovvero il “vomito” dell’ape: ingoiato il nettare, essa lo rigetta e vi aggiunge enzimi mescolandolo con le proprie secrezioni digestive; la mistura viene poi rigurgitata, per essere ulteriormente digerita da altre api. Non contiene sostanze nutritive rilevanti o indispensabili per l’alimentazione umana.

Perché i vegani non mangiano uova, latte e carne prodotti dai contadini?
Il preconcetto che i contadini non provochino sofferenze agli animali che allevano non corrisponde alla realtà.
Spesso i contadini, abituati da sempre ad uccidere i loro animali, trattano questi senza molti scrupoli e a volte l’uccisione dei maiali, conigli, polli… in barba alla legge, avviene all’interno delle mura domestiche senza anestesia.
Comunque l’ora della macellazione giunge per tutti gli animali, anche se allevati dai contadini in maniera non intensiva.
Perché i vegani non mangiano i derivati animali “biologici”?
Il termine “biologico” indica solamente un tipo di agricoltura praticata senza l’uso di sostanze chimiche; non costituisce una garanzia né per i vegani né per gli animali.

Chi compra uova o latte o carni biologiche contribuisce comunque all’uccisione di animali.
Agli animali poco importa se vengono ospitati in una fattoria di prodotti biologici se i “prodotti” sono loro stessi.
Anche in una fattoria biologica esiste lo sfruttamento e l’uccisione degli animali. Sarebbe impensabile mantenere a vita tutti i vitelli nati dalle mucche per avviare la produzione del latte. I vitelli occuperebbero una quantità di terreno enorme e “sfrutterebbero” il suolo per la durata di tutta la loro vita.
Quanto verrebbe a costare il latte prodotto così?
Non c’è scampo: bere latte (anche biologico) significa mandare i vitelli al macello.
Lo stesso vale per le uova: i pulcini maschi vengono comunque uccisi perché inutili alla produzione, e le galline divenute improduttive vengono macellate.

Cosa mangiano i vegani?
Mangiare da vegan non è particolarmente difficile o laborioso.
La tavola, eliminati i prodotti animali, si arricchisce e riscopre gusti da tutto il mondo. La nostra cucina mediterranea è un ottimo punto di partenza per una alimentazione 100% vegetale e a questa si affiancano prodotti presi dal resto del mondo e utilizzati da millenni come ad esempio la soia.
Si scopre che il pane può variare ogni giorno se realizzato con cereali diversi (grano, farro, orzo).
Ai nostri legumi (ceci, fagioli, lenticchie) si affiancano altri come gli azuki.
I sapori del mare li prendiamo dalle alghe. La frutta e la verdura è da sempre sulle nostre tavole e la scegliamo di stagione.
E accoppiare i legumi con i cereali non è una novità per ottenere pasti completi, anche se non è indispensabile abbinarli nello stesso pasto.
Dal grano prendiamo il glutine (la parte proteica) che diventa il seitan.
Le ricette contengono solo prodotti vegetali, e così sono meno caloriche, con meno grassi, e senza colesterolo.
Come fanno i vegani ad ottenere una dieta bilanciata?
Nella alimentazione, come per qualsiasi regime alimentare, bisogna scegliere gli alimenti che forniscono il giusto apporto di proteine, vitamine e minerali.
L’unico integratore che bisogna controllare è la vitamina B12, e nel caso integrarla.
Comunque eventuali carenze dovute ad una alimentazione vegana non bilanciata sono facilmente curabili modificando leggermente la propria dieta o al limite con degli integratori, diversamente dalle patologie degenerative causate dalla alimentazione carnea, contro le quali la medicina moderna può ben poco.
Come fanno i vegani a mangiare proteine a sufficienza?
Le proteine, che sono responsabili della salute dei tessuti del corpo, sono composte di 20 aminoacidi; nove di questi, chiamati “essenziali” non potendo essere prodotti dal nostro corpo vengono forniti dalla dieta.
Da tempo la teoria che bisogna combinare i vari cibi vegetali per poter ottenere tutte le proteine essenziali si è rivelata falsa: basta una varietà di cereali, legumi e verdure per fornire ai vegani tutte le proteine a sufficienza.
Mentre spesso si accusa la dieta vegana di essere carente di proteine, al contrario il problema delle diete “normali” in Occidente è l’eccesso di assunzione di calorie e proteine di origine animale, che portano ad aumentare il rischio di molte malattie, da obesità e malattie cardiovascolari fino a cancro e allergie.
Quali sono le fonti vegan di minerali?
FAQ
Per ciascun minerale, vengono indicati in tabella (Tabella 1) alcuni degli alimenti che maggiormente ne sono ricchi.

Tabella 1. Fonti vegan di alcuni minerali

  • calcio: tofu (se preparato usando il solfato di calcio arriva a contenere più di quattro volte il calcio contenuto nel latte bovino), verdure dalle foglie verdi, noci e semi, alghe, cavoli, rapa, broccoli, semi di sesamo tostati, fichi secchi, fagioli, ceci; alcune acque minerali;
  • cromo: cereali integrali;
  • ferro: verdure dalle foglie verdi, legumi (ceci, fagioli, soia), crucifere (cavolo, broccoli), i cereali integrali e frutta secca (fichi e albicocche). La vitamina C aumenta l’assimilabilità del ferro;
  • fosforo: tutti i vegetali;
  • iodio: sale iodato e alghe;
  • magnesio: tofu, legumi, cereali, banane, arance, cavolo;
  • manganese: germe di grano, cereali (specie se integrali), negli spinaci, nel tempeh;
  • molibdeno: legumi e cereali (specie se integrali);
  • potassio: asparagi, patate, avocado, papaia, pomodoro, cavolo, melone, legumi;
  • rame: legumi, tempeh, tahini, noci e frutta secca, orzo;
  • selenio: cereali (specie se integrali) e legumi;
  • sodio: vegetali e sale da cucina;
  • zinco: ceci, lenticchie, fagioli azuki, germe di grano, nocciole, pistacchi, semi di zucca
Quali sono le fonti vegan di vitamine?
Per ciascuna vitamina, vengono indicati in tabella (Tabella 2) alcuni degli alimenti che maggiormente ne sono ricchi.
Tabella 2. Fonti vegan di alcune vitamine

  • A: carote, patate, pomodori, zucche, spinaci, mango, papaia;
  • B: cereali integrali;
  • B1: tiamina cereali (specie se integrali), lievito alimentare, legumi, germe di grano, arance, ananas, melone, semi di sesamo e di girasole;
  • B2: riboflavina cereali (specie se integrali), alghe, spinaci, patate, funghi, mandorle, banane;
  • B6: piridossina cereali (specie se integrali), patate, pomodori, avocado, banane, meloni, arance;
  • B12: latte di soia o cereali addizionati o integratori;
  • C: acido ascorbico kiwi, agrumi, fragole, broccoli, peperoni, cavolfiore;
  • D: è prodotta dalla pelle esposta al sole (una esposizione giornaliera alle braccia e volto per una media di 15 minuti è più che sufficiente o integratori);
  • E: patate, mango, avocado, mandorle, nocciole, arachidi, semi di girasole;
  • K: vegetali a foglia verde (specialmente cavolo e lattuga)
Quali sono le fonti vegan di acido folico, acido pantotetenico, biotina, niacina e grassi Omega 3?
Vengono indicati in tabella (Tabella 3) alcuni degli alimenti che maggiormente sono ricchi di acido folico, acido pantotetenico, biotina, niacina e grassi omega-3.
Tabella 3. Fonti vegan di acido folico, acido pantotetenico, biotina, niacina e grassi omega-3

  • acido folico: vegetali, specialmente broccoli, asparagi, legumi, arance;
  • acido pantotenico: vegetali;
  • biotina: legumi (specialmente soia), cereali, mandorle, spinaci, funghi;
  • niacina: cereali, funghi, patate, avocado, tempeh, noccioline;
  • fat omega-3: olio di lino crudo
Come si vestono i vegani?
I vegani fanno scelte etiche anche per quel che riguarda il look. Nella moda di oggi infatti c’è l’imbarazzo della scelta: dalle borse di Mandarina Duck che hanno fatto tendenza lanciando il prodotto realizzato con tessuto, alle scarpe di Vegetarian Shoes nate appositamente per soddisfare le esigenze degli animalisti. Realizzate in materiali confortevoli, traspiranti a prova di pioggia e indistruttibili. Fra questi Vegetan e Lorica (prodotta in Italia), materiale utilizzato anche nell’industria dell’arredamento per divani e per gli interni di automobili. Il pile, caldo e morbido (non pizzica!) indispensabile in un abbigliamento sportivo ha reso caldo l’inverno dei vegan. Quello utilizzato da Patagonia per realizzare maglioni deriva materiali innovativi e dal riciclo delle bottiglie di plastica. I tessuti “sintetici” ottenuti in laboratorio sono ingualcibili e piacevoli al tatto, vantano qualità antistress, sono traspiranti e antibatterici ed il loro utilizzo è vantaggioso rispetto alle fibre di origine animale: il Fibrefill, che sostituisce le piume per i giacconi invernali, li rende superiori per praticità e prestazioni. L’Alcantara, la ciniglia di cotone, la viscosa rendono la vita facile ad animali e vegan.
Perché i vegani rifiutano la pelle e il cuoio?
La pelle viene generalmente considerata un sottoprodotto dell’industria della carne e del latte, ma giudicando dall’enorme giro d’affari che essa muove non può essere definito un prodotto di secondaria importanza.
Se si smettesse di mangiare la carne di animali la loro pelle non sarebbe disponibile per farne scarpe, borse, divani. Ma se si smettesse di usare la pelle il mercato della carne ne risentirebbe.
L’unico modo per rompere questo ciclo di sofferenza è di smettere di mangiare carne e di usare pelle.
Perché i vegani rifiutano la lana?
La lana fa parte di quei prodotti che a prima vista non sembrano particolarmente cruenti, ma lo sfruttamento e la sofferenza delle pecore derivano dalla incessante ricerca del profitto.
La maggior parte della lana proviene dall’Australia dove le greggi sono composte da migliaia di pecore, e quindi, come diretta conseguenza, l’attenzione per il singolo animale diventa anti-economica.
Come negli altri tipi di allevamenti intensivi, un alto livello di mortalità, soprattutto nelle prime settimane di vita, viene considerato normale. Poche settimane dopo la nascita, agli agnelli vengono tagliate le code, senza anestesia; i maschi, inoltre, subiscono la castrazione (quasi sempre senza anestesia).
In Australia, la razza più comunemente allevata è la merinos, appositamente cresciuta con la pelle grinzosa, cioè dotata di molte pieghe, grazie alle quali la lana prodotta è maggiore rispetto ad una pecora normale. Questo sovraccarico innaturale di lana fa si che gli animali siano sfiniti dalla calura; inoltre, nelle pieghe della pelle si accumulano facilmente urine e feci che attirano le mosche a deporre le loro uova. Per prevenire la nascita delle larve, gli allevatori strappano larghi brandelli di pelle alle pecore; nonostante ciò, spesso le mosche arrivano a deporre le uova sulle ferite sanguinanti, prima che abbiano il tempo di guarire. Si stima che questa pratica barbara causi la morte di più animali di quanti non ne salvi. Inoltre, la tosatura è un’attività tutt’altro che pacifica.
Siccome i tosatori vengono normalmente pagati in base al volume di lana che producono e non in base al numero di ore lavorate, eseguono il lavoro nel modo più veloce possibile senza la minima cura per l’animale.
Inoltre, per evitare che la tosatura venga fatta troppo tardi, le pecore vengono spesso tosate prematuramente e muoiono perché esposte alle intemperie. Infine, quando iniziano a diventare “improduttive”, le pecore, come tutti gli altri animali di allevamento, vengono immediatamente mandate al macello per essere sostituite con animali più giovani e quindi redditizi.
Perché i vegani rifiutano i piumini?
Le piume per le imbottiture vengono strappate senza anestesia alle oche.
Queste vengono prese per il collo e poi legate per le zampe o semplicemente immobilizzate tra le ginocchia dell’addetto.
Una volta terminata l’operazione, la pelle delicata dell’oca, terrorizzata e dolorante, viene spolverata di disinfettante fino al successivo spiumaggio.
Lo spiumaggio inizia all’età di otto settimane e di solito viene ripetuto ogni due mesi per ancora due o tre volte. Dopodiché l’oca viene uccisa subito, oppure dopo un periodo di alimentazione forzata per produrre paté de foie gras.
Una parte di piume deriva invece dall’uccisione delle oche. Ma a prodotto finito è impossibile sapere se il piumaggio viene da oche vive o morte.
Poco cambia per il consumatore etico che non comprerebbe comunque un prodotto che comporta la sofferenza o l’uccisione di animali.
Perché i vegani rifiutano la seta?
La seta deriva dal bozzolo creato dal baco, che al suo interno si trasforma in farfalla; occorrono 1500 bachi per fare 100 grammi di seta. Per impedire che il baco possa uscire dal bozzolo mangiando la parete e quindi rompendo i fili di seta, le larve sono uccise con l’ebollizione, oppure nel forno a microonde.
Come si può sapere cosa c’è dentro i prodotti che si acquistano?
Leggendo attentamente le etichette, possiamo evitare di acquistare prodotti insospettabili che contengono invece componenti di origine animale.
Ma molti prodotti non riportano composizione e origine di ciò che si acquista; non resta che informarsi in prima persona, o attraverso associazioni animaliste, o associazioni di consumatori.
Per fare qualche esempio: le pellicole fotografiche contengono gelatine animali, molti contraccettivi sono testati su animali o contengono sostanze animali, la birra e il vino possono essere prodotti con l’uso di sostanze animali, le candele vegan sono solo quelle di paraffina…
Che cosmetici, prodotti per la cura della persona e per la pulizia della casa usano i vegani?
L’acquisto di cosmetici, prodotti per la cura della persona e la pulizia della casa vegan è resa difficilissima (in alcuni casi impossibile) dal fatto che per legge tutte le nuove sostanze chimiche sono sottoposte ad alcuni test generici su animali (come il LD 50) e che in funzione del loro uso specifico vengono in seguito sottoposte ad ulteriori test (come il Draize test).
Per quanto riguarda i cosmetici e i prodotti per la cura della persona (saponi, bagnoschiuma, shampoo) la stragrande maggioranza dei prodotti finiti non è testato su animali perché non è obbligatorio per legge e poche ditte vogliono buttare via soldi in prove che sanno benissimo essere prive di rilevanza scientifica. Chi scrive sulla confezione “Prodotto finito non testato su animali” non dice nulla di particolarmente interessante: quello che conta sono i singoli ingredienti: dal 1976 ad oggi qualunque nuova sostanza chimica deve essere testata su animali per fornire alle autorità competenti un profilo tossicologico. Tutti i test (compresi l’LD 50, il Draize test cutaneo, oculare e i test di fototossicità o cancerogenicità) comportano sofferenze terribili per gli animali utilizzati.
Ciò non toglie che le industrie chimiche e cosmetiche non abbiano mai mosso un dito per richiedere una modifica delle normative, almeno fino a quando l’opinione pubblica non ha cominciato a rendersi conto della situazione e a protestare. Non ci resta che continuare a boicottare tutti i prodotti che fanno uso di ingredienti obbligatoriamente testati su animali.
Per far capire ai produttori e ai politici che non accettiamo questa normativa, affinché le leggi e le direttive comunitarie che impongono tali test vengano abrogate o modificate. Questo approccio fino ad ora ha funzionato: le pressioni dell’opinione pubblica sui produttori e sui governi stanno sortendo l’effetto desiderato. Una guida utile per orientarsi negli acquisti l’ha redatta la LAV-EAR (Lega Antivivisezione-Europe for Animal Rights). I fabbricanti inclusi in questa lista (che sono sempre più numerosi) garantiscono di non usare più nuovi ingredienti (dal 1992) finché non verrà cambiata la legge evitando di incrementare il numero di animali vivisezionati.
Anche per quanto riguarda i prodotti per la casa (detergenti per piatti, panni, mobili, vetri e pavimenti), la legge impone l’obbligo di testare gli ingredienti su animali (cosi’ come qualunque altra nuova sostanza chimica, a prescindere dal suo futuro uso) ma non i prodotti finiti.
Come si curano i vegani?
Un vegan cerca di prevenire le malattie, ad esempio con l’alimentazione, e utilizza quando possibile metodi di cura non cruenti.
Ma può capitare di non avere alternative, e di doversi curare con quello che allo stato attuale e’ disponibile. Sapendo che i farmaci allopatici sono tutti sperimentati sugli animali, ci battiamo per una ricerca diversa rispettosa delle altre specie, per lo sviluppo di metodi nuovi e meno barbari.
Auspichiamo che, soprattutto le nuove generazioni, grazie anche alla legge sull’obiezione di coscienza alla sperimentazione animale, si muovano in una direzione che favorisca il benessere di ogni essere vivente, e vada oltre lo specismo.
Cosa pensano i vegani della possibilità che anche le piante provino dolore?
I vegani cercano di ridurre la sofferenza nel mondo.
Mentre nessuno sa per certo se le piante soffrano (infatti non hanno un sistema nervoso sviluppato come gli esseri umani e gli animali), tutti possono riconoscere nelle urla, grida, lamenti e lacrime i segni di paura e le sofferenze fisiche e psichiche negli animali umani e non.
È difficile affermare che la lattuga mentre viene raccolta nel campo soffra, ma la paura e il dolore di un cane picchiato o di una mucca in attesa di essere macellata sono ben visibili e innegabili. Ma ammesso che le piante soffrano perché mangiare animali che a loro volta si nutrono di una enorme quantità di piante (cereali e/o erba)?
Limitandosi a mangiare direttamente i vegetali, i vegani riducono considerevolmente il numero di piante necessarie per il loro sostentamento.
Perché non basta essere vegetariani?
Vi sottoponiamo questo testo scritto e pubblicato il 27 maggio 2003. Ci rivolgevamo sopratutto alle organizzazioni e associazioni “animaliste” che, al quel tempo, per la maggior parte, disdegnavano la scelta vegan. Ora le associazioni, finalmente hanno compreso l’urgenza di essere vegan.

Vegetariani o vegani? Una enorme differenza per gli animali.

Può sembrare strano o provocatorio, ma la questione è importante. Gli allevamenti da cui
provengono latticini e uova portano alla morte moltissimi animali. Ogni anno milioni di mucche,
vitelli, galline ovaiole e pulcini maschi soffrono e muoiono per questo commercio. Ma ancora molte organizzazioni animaliste continuano a progettare e ad appoggiare eventi “vegetariani”.
E’ ora di cambiare e dire le cose come stanno.

Da sempre, noi di Progetto Vivere Vegan, abbiamo scelto di usare il termine VEGAN, che indica
una filosofia di vita che vuole evitare la sottomissione, lo sfruttamento e la morte degli altri animali, in ogni aspetto del vivere quotidiano (quindi non solo a tavola, come per i vegetariani). Non è un vezzo: è una scelta ben precisa, che abbiamo fatto per poter meglio veicolare e promuovere le idee per la liberazione animale.

Quando abbiamo iniziato (prima di costituirci come onlus, eravamo attivi già all’inizio degli anni
’90), in Italia erano in pochi a sapere cosa significasse la parola “vegan”. La critica che più spesso ci veniva mossa era proprio quella di comunicare in modo poco comprensibile: che senso aveva promuovere una parola che i più non capiscono? Il senso ce lo aveva – e ce l’ha tutt’ora. L’utilizzo di un termine nuovo ci ha fornito una grande possibilità, quella di spiegare esattamente le idee che vi stanno dietro, senza possibilità di fraintendimenti. Infatti il rischio di confusione è sempre presente, dato che le persone spesso associano il termine “vegan” a “vegetariano”. Questo ultimo viene comunemente interpretato nei modi più disparati, ma in linea di massima con “vegetariano” le persone intendono chi segue una dieta lacto-ovo-vegetariano (spesso includendo anche il pesce), che può essere intrapresa per semplici motivi di piacere personale o salutismo.

Ora, grazie al nostro lavoro siamo sempre riusciti a spiegare chiaramente che noi siamo vegan per dei motivi ben precisi: è una scelta che dipende da una valutazione etica (il rispetto per la vita degli animali) e di conseguenza essere vegan significa evitare ogni tipo di prodotto che deriva dagli animali, perché sappiamo bene che anche quelli tradizionalmente considerati meno cruenti (latticini, uova, lana…) implicano sofferenza e morte. Per poter presentare un pensiero nuovo e rivoluzionario, avevamo bisogno di partire da zero, di definirci in modo chiaro ed evitare fraintendimenti. E – a costo di sembrare arroganti – possiamo affermare che avevamo ragione: se quando abbiamo cominciato eravamo quasi soli, oggi i gruppi e le associazioni che parlano di veganismo sono moltissime; anche le grandi associazioni tendenzialmente protezioniste hanno imparato ad usare questa parola; nei negozi e nei ristoranti si trovano sempre più prodotti che sono esplicitamente etichettati vegan; e anche i medici ed i nutrizionisti ora conoscono il termine, e non di rado promuovono la dieta vegana (anche se solo per i suoi benefici sulla salute).

Ovviamente non giudichiamo negativamente le persone vegetariane. Il nostro ruolo non è quello di
giudicare le scelte ed i percorsi dei singoli. Al contrario, il nostro scopo è proporre un nuovo modo di rapportarsi con gli animali non-umani basato sul rispetto e sul riconoscimento del loro diritto alla vita, e promuovere pratiche per modificare la società in tale senso. In questa ottica, ovviamente non possiamo appoggiare le organizzazioni che si dicono animaliste e che usano il termine “vegetariano” in positivo. Fare questo significa veicolare implicitamente l’idea che il consumo di alcuni prodotti animali come latticini ed uova sia accettabile; e per noi ovviamente questo non è accettabile.

Se vogliamo cambiare il mondo in cui viviamo, dobbiamo farci capire bene. Dobbiamo dire chiaramente che anche alimenti come uova e latticini sono cruenti, che la loro produzione implica la morte di pulcini, galline ovaiole, mucche, vitelli. E l’uso di termini come “vegetariano” va nella direzione opposta. Per questo siamo contrari a tutte le iniziative che lo fanno (come ad esempio la Settimana Vegetariana Mondiale di cui si parla tanto in questi giorni e alla quale noi non prendiamo parte) e ribadiamo che questo non significa mettere in dubbio le buone intenzioni di chi le promuove: semplicemente, per noi è chiaro che questa impostazione ci porta indietro invece di aiutarci a progredire, e vogliamo dirlo chiaramente.

Invitiamo quindi gli attivisti e le associazioni che operano per la liberazione di tutti gli animali nonumani a non promuovere ed appoggiare le attività e le iniziative che usano il termine “vegetariano”. A non organizzare pranzi e cene “vegetariane” o “veg” (termine fuorviante che vuole accomunare in modo confuso scelte di vita opposte) a favore degli animali. A non aderire a manifestazioni “vegetariane” perché così si sostengono, anche se indirettamente, pratiche cruente. E li invitiamo ad impegnarsi per una comunicazione corretta e chiara a partire dai propri siti e blog.00

Insomma, vegetariano, per gli animali, vuol dire comunque sfruttamento, violenze e morte. Non è colpa nostra, ma qualcuno deve cominciare a dirlo: senza delle prese di posizione chiare non si può andare avanti verso l’obiettivo che ci poniamo, la liberazione degli animali. Non siamo “estremisti”, né polemici: abbiamo un progetto, e cerchiamo sempre di valutare oggettivamente le scelte migliori da compiere per costruirlo. Non crediamo che “vada bene tutto” semplicemente se fatto nel nome degli animali, e se sembriamo duri nella nostra critica è solo perché vogliamo essere costruttivi; di sicuro chi condivide i nostri obiettivi ci comprenderà bene.