Le pellicce: la crudeltà dell’assurdo

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Nell’affrontare questo tema speravo emergesse dalla mia ricerca che il problema pellicce fosse ormai quasi alle spalle, che questo capo “di lusso” fosse ormai considerato “demodè” nella sua assurda crudeltà. Ho scoperto che mi sbagliavo, e neanche di poco.


“Noi non abbiamo due cuori, uno per gli animali e l’altro per gli umani. Nella crudeltà verso gli uni e gli altri l’unica differenza è la vittima. (Alphonse de Lamartine)

Dati sconcertanti

L’85% delle pellicce utilizzate nell’industria della moda provengono da allevamento, riporta la LAV nel suo sito. Ovviamente si tratta di un business come un altro per gli allevatori e vale la solita regola del profitto. Per aumentare il profitto bisogna da una parte aumentare le entrate tramite il lavaggio del cervello e la pubblicità, dall’altra bisogna ridurre i costi.

Sui costi gli allevatori risolvono stipando più animali nelle stesse minuscole gabbie. Fenomeni di impazzimento, autolesionismo e cannibalismo sono negli allevamenti da pelliccia all’ordine del giorno, viste le condizioni innaturali e contrarie all’etogramma delle specie coinvolte in cui gli individui devono sopravvivere per poi essere uccisi quando va bene in vere e proprie camere a gas.

A proposito, le specie coinvolte negli allevamenti sono varie: visoni e cani procione, volpi ed ermellini, zibellini e scoiattoli, anche conigli. L’Europa è uno dei massimi produttori di pellame da pelliccia con 5000 allevamenti in 22 paesi, e fornisce il 64% del totale delle pellicce da allevamento. L’11% della produzione proviene da USA e Canada e il resto da altri Paesi come Russia e Cina.

Proprio in Cina, dove non ci sono neanche leggi minime che tutelino gli animali, l’associazione Humane Society International ha documentato grazie a suoi infiltrati condizioni agghiaccianti sia di mantenimento che di uccisione di volpi in allevamento: le volpi dopo aver vissuto in un modo inaccettabile la loro misera vita in gabbie minuscole sovraffollate vengono uccise a bastonate o addirittura scuoiate vive.

Ma da noi non va meglio, come testimoniano le riprese shockanti di molte associazioni animaliste negli allevamenti occidentali.

Divieto di produzione

Questa la sconcertante realtà. Alcuni paesi in seguito alle riprese delle associazioni animaliste hanno vietato l’allevamento di animali da pelliccia come la Repubblica Ceca grazie all’azione dell’associazione OBRAZ, come riporta un articolo del blog de “Il Fatto Quotidiano” .

Sempre più paesi in Europa stanno ponendo questo divieto: Olanda, Austria, Regno Unito, Croazia, Serbia, Slovenia, Macedonia e Bosnia, a cui si è aggiunta la Germania con restrizioni così severe da eliminare di fatto questi allevamenti. Inoltre è stato assolutamente vietato in Europa l’allevamento del Cane procione, considerato una specie infestante, memori forse dell’esperienza della Nutria che importata dal Sud America per ricavarne la cosiddetta pelliccia castorino ha invaso i nostri habitat mettendo in pericolo la sopravvivenza di specie autoctone come la Lontra, con cui condivide lo spazio vitale.

L’Italia invece resta indietro e di vietare gli allevamenti da pelliccia non ci pensa proprio, nonostante l’86% degli italiani sia contrario a questo capo “di gran lusso” e ci siano ben tre proposte di legge per mettere in atto tale divieto ancora 180000 visoni vengono soffocati ogni anno con il gas nel Belpaese. Ma la moda non resta a guardare.

C’è chi dice NO…

In Italia il primo fu Armani che dal 2016 ha detto addio alle pellicce, seguito da Gucci che ha rinunciato a 10 milioni di euro di fatturato annuo dicendo basta alle pellicce e alla loro crudeltà intrinseca. Nel 2020 dicono addio alle pellicce anche Prada e Donatella Versace come riporta un interessante articolo del blog “Vesti la Natura”. In tutto il mondo è nato il programma “Furfree”, ovvero basta con le pellicce vere, avanti con le pellicce sintetiche. Moltissimi rivenditori si sono aggiunti al programma, come Zara. Michael Kors e altri e hanno seguito l’esempio di Ralph Lauren che ha detto NO alle pellicce dal 2006.

Finalmente qualcosa si muove….possiamo finalmente festeggiare la fine della crudeltà più abbietta, quella perpetrata solo per vanità e vanagloria? Non è così semplice.

…e chi cerca un appiglio

Ovviamente gli allevatori non stanno certo a guardare e non hanno intenzione di dire addio ai propri lauti profitti (si parla di miliardi di dollari l’anno). Sempre il blog “Vesti la Natura” ci avverte che è in atto una campagna di rivalutazione della pelliccia vera screditando quella sintetica come altamente inquinante. Sembra che la produzione delle fibre tessili delle pellicce sintetiche sia impattante in modo importante sull’ambiente.

Ecco che il capitalismo rosso-sangue diventa verde-ecologista, pur di togliere forza al movimento animalista e di infondere quei dubbi nella mente delle persone che vogliono fare “la cosa giusta”, senza tenere conto che la lavorazione delle pellicce e delle pelli è altrettanto inquinante oltre che crudele.

Conclusioni

Non sarà una cosa facile, neanche quando si tratta di rinunciare a qualcosa di assolutamente vacuo e inutile. Mi viene da pensare “figuriamoci per rinunciare a qualcosa che si pensa sia la nostra sopravvivenza” come la carne ma non voglio buttarmi troppo giù, non serve a niente. Serve essere preparati. Serve essere consapevoli delle future sfide e trovare la giusta risposta.

Forse sì, è arrivato il momento di provare a utilizzare il sistema pubblicitario a favore dei nostri fratelli più deboli, dei senza voce e mandare il messaggio che indossare la pelliccia è semplicemente segno di pochezza umana. Nel cambiare pelle e indossare quella che era fatta per un’altra specie l’uomo non recupera la sua animalità, anzi la perde. E con essa perde il suo tesoro più prezioso: la sua umanità, frutto dell’intelligenza e della sua empatia animale.

Francesca Decandia
Progetto Vivere Vegan

Foto di Martin Bock da Pixabay
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A proposito dell'Autore

Francesca Decandia

Naturalista, insegnante di sostegno, attivista vegan impegnata nella transizione da una società specista a una antispecista.

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