”Ciechi che, pur vedendo, non vedono” – Josè Saramago e le tortore

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”Ciechi che, pur vedendo, non vedono” – Josè Saramago e le tortore

Quando avevo il privilegio di studiare, una professoressa di portoghese molto illuminata tenne un corso intero su Josè Saramago – quale miglior modo di iniziare a studiare una lingua e una cultura così belle? Romanzi intelligenti, ironici, nuovi, provocatori, romantici.

Il Vangelo secondo Gesù Cristo è una versione sui generis di una delle storie centrali della Bibbia. Gesù è presentato come un sovversivo, e probabilmente come tale fu visto ai suoi tempi, tanto da meritare la croce. Questo romanzo dalla forza incredibile, sotto Pasqua suscita ancor più interrogativi e ripensamenti, e il mio interrogativo diventa ancora più insistente che nelle altre 50 settimane dell’anno: come si può amare il Prossimo e nello stesso tempo mangiarlo? Se Dio è amore, e ci dice di amare, come può permetterci che mettiamo alcune delle sue creature nel piatto?

Tortore e Agnelli

Quest’anno voglio lasciare gli agnelli al resto del mondo – una parte del quale finalmente si è accorta che di questi tempi ne vengono fatti nascere à-go-go per sgozzarli che ancora non hanno nemmeno messo i dentini di latte – e presentare un brano quasi all’inizio di questo insolito Vangelo: parla di tortore, fra i mille volti del capro espiatorio.

Dal controverso romanzo “Il Vangelo secondo Gesù Cristo”:

<<Finalmente è arrivato il memorabile giorno in cui il piccolo Gesù viene portato al Tempio fra le braccia della madre, in groppa all’asino paziente che aiuta e accompagna questa famiglia fin dall’inizio. […] [Nel cortile del tempio] si dirigono il falegname e sua moglie, là viene portato Gesù, dopo che il padre ha acquistato due tortore da un commissario del Tempio, ammesso che la designazione si adatti a chi si occupa del monopolio di questo religioso affare. I poveri volatili non sanno ciò che li aspetta, anche se il sentore di carne e di penne bruciate che si diffonde nell’aria non dovrebbe ingannare nessuno, per non parlare di odori ben più forti, come quello del sangue o dello sterco dei buoi trascinati al sacrificio e che disgraziatamente s’insudiciano per premonitoria paura. Giuseppe porta le tortore, rannicchiate nel cavo di quelle sue mani di operaio, e loro, illuse, soltanto per soddisfazione gli danno qualche beccatina alle dita ricurve a mo’ di gabbia, quasi volessero dire al nuovo padrone, Meno male che ci hai comprato, vogliamo stare con te. Maria non si accorge di nulla, adesso ha occhi solo per il figlio, e la pelle di Giuseppe è troppo dura per avvertire e decifrare l’amorevole alfabeto morse della coppia di tortorelle.

[…] Giuseppe e Maria entrano, entra Gesù portato da loro due, e a suo tempo ne usciranno salvi, mentre le tortore, ma già lo sapevamo, moriranno, così vuole la Legge per riconoscere e confermare la purificazione di Maria. Uno spirito voltairiano, ironico e irriverente, benché nient’affatto originale, non si lascerebbe sfuggire l’occasione di osservare che, tutto considerato, sembra sia condizione per mantenere la purezza nel mondo il fatto che vi esistano degli animali innocenti, tortore o agnelli che siano. […] All’ingresso ci sono i leviti in attesa di coloro che vanno per offrire sacrifici, ma qui l’atmosfera sarà tutto tranne che pietosa, a meno che la pietà non fosse allora intesa diversamente, e non si tratta solo dell’odore e del fumo del grasso bruciacchiato, del sangue fresco, dell’incenso, ma anche del vociare umano, urla, belati, muggiti di animali che aspettano il loro turno nel mattatoio, l’ultimo graffiante gracchio di un uccello che prima sapeva cantare. Maria dice al levita, lì a riceverli, che è andata a purificarsi, e Giuseppe consegna le tortore. Per un istante, Maria sfiora con le mani i piccoli volatili, sarà il suo unico gesto […].

L’interno è una fucina, una macelleria e un mattatoio. Sopra due grandi tavoli di pietra si preparano le vittime, le più grandi, buoi e vitelli soprattutto, ma anche montoni e pecore, capre e capretti. Accanto ai tavoli vi sono degli alti pilastri ai quali sono appese, con ganci conficcati nella pietra, le carcasse degli armenti, e si nota la frenetica attività dell’arsenale dei macelli, coltelli e coltellacci, accette e seghe, l’aria è impregnata dei fumi della legna e dell’afrore delle interiora bruciate, del vapore di sangue e di sudore, qualunque anima, che non dovrà neppure essere santa, un’anima normale troverà difficile capire come Dio possa sentirsi felice in mezzo a una simile carneficina, essendo, come dice di essere, il padre degli uomini e delle bestie.[…]

Nessuno presta attenzione a quello che succede, è solo una piccola morte.>>

L’impegno di Saramago anche a favore degli animali

Ma nessuna morte è piccola, è solo la realtà che è pessima, come affermò Saramago in più occasioni. Lo scrittore portoghese fu impegnato per tutta la vita, sia politicamente che socialmente, spesso anche a favore degli animali; l’ultima sua azione forte è stata la lettera scritta al governo spagnolo per chiedere la liberazione di Susy, l’elefantessa triste dello zoo di Madrid. Lettera a cui ancora nessuno ha risposto…

Isabella Ciapetti
Progetto Vivere Vegan Onlus
17 aprile 2019

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Una cultura bestiale
A cura di isabella Ciapetti con la “i” minuscola. Traduce con giudizio da inglese e danese. Cerca tracce di amore per gli animali dentro ai fatti e alla letteratura.

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Foto di Takashi Yanagisawa da Pixabay

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