Un incontro mancato. Sul fotoreportage animalista

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Di Benedetta Piazzesi
Illustratore: S. Belacchi
Editore: Mimesis

Nel corso degli ultimi anni le immagini dello sfruttamento animale sono ufficialmente entrate nel dominio del visibile.

«Le foto denunciano la condizione di segregazione in cui gli animali sono costretti a vivere e una dopo l’altra costruiscono un racconto che parla anche di noi, delle nostre abitudini alimentari (che stanno cambiando), della frattura profonda – etica, metafisica, scientifica – che ci separa dalle altre specie viventi.» – Corriere della Sera

La nuova stagione d’interazione tra movimenti animalisti e mezzi di comunicazione di massa ha fatto dell’immagine fotografica lo strumento privilegiato di diffusione delle istanze animaliste. “Utilizziamo la fotografia per dimostrare che qualcosa sta accadendo o è realmente accaduto. Come il reportage di guerra, che si fa supportare dall’immagine fotografica per comprovare una realtà a cui preferiremmo non credere, anche il fotoreportage animalista scongiura il timore dell’incredulità. Temiamo che non ci credano quando diciamo loro che gli animali soffrono, e quanto soffrano. Che non ci credano teoricamente ma soprattutto che non ci credano emotivamente: che non bastino le nostre parole a convincerli che quel dolore è insostenibile.” L’eloquente mutismo dell’immagine, molto simile, in fondo, a quello degli animali, intrattiene da sempre un rapporto viscerale e pur travagliato con la politica. La nascita del fotoreportage animalista c’induce quindi a interrogare ancora una volta, insieme ad autrici e autori come Sontag, Benjamin e Barthes, quella relazione, affatto semplice, che intercorre tra immagine, parola e politica nella società contemporanea.

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