media / spagna. toro salta protezione e arriva nelle tribune
“Anticorrida” a Tafalla. Dalla parte del toro. Ribelle e fucilato
di Luisella Battaglia, agosto 2010
tratto da www.orsidellaluna.org
Chi ha assistito – emozionato o interdetto – alla straordinaria “anti-corrida” che si è svolta su un’arena spagnola avrà probabilmente pensato ai ‘mondi alla rovescia’, a quei racconti nati dalla fantasia popolare in cui gli animali prendono il posto degli uomini e viceversa (es. l’uccello che spara al cacciatore o il maiale che scanna il macellaio): parodie o, se si vuole, caricature zoologiche che rappresentano riti compensatori di trasgressione e di rovesciamento delle regole in cui l’impossibile si fa possibile. Ebbene, è proprio quel che è avvenuto: il toro non si è limitato a mettere in difficoltà il torero ( evento in qualche modo prevedibile e arginabile) ma ha sovvertito il gioco stesso imponendo le sue regole e diventando protagonista col mettere, per così dire, alle corde l’intera platea degli spettatori atterriti. Sarebbe interessante ascoltare i commenti dei difensori della corrida, da Mario Vargas Llosa a Franco Cardini, pronti ad estasiarsi dinanzi all’esaltante spettacolo del matador che – emblema dell’intelligenza e della forza dell’uomo – sconfigge la brutalità cieca incarnata dal toro. Il quale, a loro avviso, è assai soddisfatto della parte che gli viene assegnata e del trattamento cui è sottoposto, molto più nobile di quello riservato ai suoi compagni plebei e sfortunati, destinati a concludere in un oscuro mattatoio la loro esistenza terrena.

Vengono alla mente le parole di Alain: “Non è permesso supporre lo spirito nelle bestie. Ogni ordine sarebbe presto minacciato se si lasciasse credere che il vitellino ama sua madre o che teme la morte…”Altri filosofi tuttavia, a differenza di Savater, pensano che gli animali abbiano una ‘coscienza pratica’ della morte, e cioè una percezione del finire della vita che è, per così dire, iscritta nella loro stessa carne, pur non possedendo, come l’uomo, una ‘comprensione meditata’ della morte che è per noi, data la consapevolezza della nostra condizione di ‘mortali’, la questione decisiva con cui confrontarci. Sennonchè tutto questo – si badi – non solo non diminuisce, ma in qualche modo accresce il pathos della loro condizione: è proprio il loro ‘non sapere’ che consegna a noi la responsabilità del loro morire.
Per questo il giovane toro che scompiglia inconsapevolmente le regole, che invade lo spazio a lui interdetto ci ricorda che la corrida rappresenta un ‘momento della verità’, un’esperienza cruciale in cui le frontiere convenzionali si cancellano e lo sguardo dell’uomo incontra quello dell’animale che resiste disperatamente alla morte che sta per essergli inflitta. Al di là degli orpelli retorici, dei rimandi simbolici, dei giochi di rispecchiamento l’”anti-corrida” ci rivela dunque, nel rovesciamento tragicamente grottesco del rito, la verità nascosta della tauromachia, la realtà del mattatoio.