Incoerenza
vegetariana
di Roberto Caiola, novembre
2003
Sono
vegetariano dal 1979; non mangio uova e non uso abiti od oggetti di
origine animale, dal 1985. Devo pero' confessare, con grande vergogna,
che ho smesso di mangiare formaggio, in modo definitivo, soltanto da
tre anni circa. Mi giustificavo, ad ogni nuova capitolazione, pensando
che “tanto ormai” il formaggio era lì. Una bistecca
e' la prova evidente di cosa c’e' dietro -un assassinio. Una mozzarella
no. Eppure la morte, per gli animali che sono costretti a produrre latte,
o uova, o qualsiasi altra cosa, rappresenta -è orribile dirlo,
ma è la verità- un’alternativa preferibile all’esistenza
che sono costretti a condurre.
E' naturale che una persona sensibile provi raccapriccio al solo pensiero
di addentare il cadavere di qualche povero animale, mentre un pezzo
di formaggio o un bicchiere di latte, di per loro, non fanno impressione.
Se pero', veniamo a conoscenza della realta' dei cosiddetti allevamenti,
e continuiamo a consumare i prodotti che da li' provengono, a livello
mentale -mi dispiace, ma e' cosi'- non siamo molto diversi dai carnivori.
Abbiamo piu' sensibilita', certo; ma, come loro, circoscriviamo egoisticamente
i nostri sentimenti a cio' che sta nel nostro piatto, dimenticando gli
antecedenti di cui non ci riteniamo responsabili. Tutto sommato, anche
una bistecca “tanto ormai” sta li'.
Non si tratta soltanto della catena di uccisioni, che, come ha spiegato
cosi' bene Marina Berati nella sua Lettera
aperta ai vegetariani, costellano la produzione di ogni alimento
di origine animale. Il problema e' anche la sofferenza di chi continua
a vivere per produrre latte e uova, con un destino peggiore di quello
dei suoi compagni che, con la morte, hanno visto
porre la parola fine all’inferno al limite della sopportazione
fisica e psichica, e alla catena di abusi, che hanno martoriato la loro
povera esistenza. |