l'insostenibilità
degli allevamenti
di Marinella
Correggia
da "il manifesto" del 06 Dicembre 2006- terraterra
La fonte è insospettabile, accusata
com'è spesso di «sostenere l'insostenible», incoraggiando
la diffusione degli allevamenti. La Fao, Organizzazione delle Nazioni
Unite per l'alimentazione e l'agricoltura, scavalca «a sinistra»
gli ambientalisti e gli animalisti con il rapporto Livestock's Long
Shadow -Environmental Issues and Options (La lunga ombra del bestiame.
Questioni ambientali e possibili opzioni). Il rapporto, redatto il sostegno
dell'iniziativa multi-istituzionale Lead (Livestock, Environment and
Development), mostra come gli animali allevati siano un importante contributo
ai maggiori problemi ambientali d'oggi; e chiede azioni urgenti e importanti.
Il guaio è che a livello mondiale la zootecnia aumenta più
velocemente dell'agricoltura vegetale perché le persone consumano
ogni anno più carne, latte e derivati del latte. La produzione
mondiale di carne era pari a 229 milioni di tonnellate nel 1999/2001
e le proiezioni la danno per raddoppiata (a 465 milioni di tonnellate),
nel 2050; il settore lattierocaseario potrebbe passare, nello stesso
lasso temporale, da 580 a 1.043 milioni di tonnellate. D'altro canto,
l'allevamento dà reddito, principale o integrativo, a 1,3 miliardi
di persone e contribuisce per il 40 percento al reddito agricolo totale.
Per molti agricoltori poveri nel Sud del mondo è anche una fonte
di energia rinnovabile (per il lavoro nei campi) e il letame fertilizza
le colture.
Intanto, il bestiame produce globalmente più gas serra del settore
dei trasporti: il 18 per cento del totale, in termini di CO2 equivalente.
Se si includono le emissioni legate all'uso dei suoli e al cambiamento
nell'suo dei suoli, il settore zootecnico è responsabile del
9 percento della CO2 imputabile alle attività umane, e di una
percentuale molto maggiore di altri gas serra: il letame esala infatti
il 65 percento degli ossidi di azoto, il cui potenziale climalterante
è 265 volte maggiore di quello della CO2. Inoltre, è responsabile
del 37% del metano da attività umane, in gran parte prodotto
dal sistema digestivo dei ruminanti, e del 64 percento dell'ammoniaca,
che contribuisce significativamente alle piogge acide.
Il bestiame utilizza il 30 per cento dell'intera superficie terrestre;
si tratta di pascolo permanente, ma anche del 33 per cento dei suoli
coltivabili, destinati a produrre mangimi per gli animali allevati che
come è noto hanno un basso rendimento energetico-proteico (in
altre parole molto si perde nel passaggio da proteine e calorie vegetali
a proteine e calorie animali). Gli allevamenti sono fra i principali
responsabili della deforestazione, ad esempio in America Latina dove
il 70 per cento delle ex foreste in Amazzonia sono state rase al suolo
e sostituite da pascoli.
Dolenti anche i capitoli suolo e acqua. Il 20 per cento dei pascoli
sono stati impoveriti, compattati ed erosi dal sovrappascolo. La percentuale
aumenta di parecchio nelle aree aride, dove una gestione inappropriata
degli stock di animali allevati contribuisce all'avanzata della desertificazione.
La filiera zootecnica è poi uno dei settori che più pesano
sulla crescente scarsità di risorse idriche, contribuendo sia
al loro prelievo che la loro inquinamento, soprattutto per le deiezioni
animali, i residui di antibiotici e ormoni, le sostanze chimiche provenienti
dalle concerie, e a monte i fertilizzanti e i pesticidi utilizzati per
irrorare le colture da mangime. Anche il sovrappascolo disturba i cicli
ideologici riducendo la capacità di ricarica degli acquiferi
di superficie e di falda. Si ritiene che il bestiame sia la maggiore
causa della contaminazione da fosforo e azoto nel mar della Cina meridionale,
una tragedia per la biodiversità degli ecosistemi marini.
Oggi gli animali da carne e da latte rappresentano il 20 per cento della
biomassa terrestre. E contribuiscono, con le loro esigenze, anche al
declino della biodiversità: su 24 ecosistemi in crisi sottoposti
ad analisi, per 15 il colpevole è lui, uno zoccolo o meglio tanti
zoccoli o meglio chi li alleva e chi se ne nutre. Per non parlare delle
malattie che passano agli umani. I rimedi suggeriti (e in discussione
in questi giorno a Bangkok dove si svolge una riunione intergovernativa)
sono molti: proibire il pascolo su aree fragili, risarcendo il mancato
guadagno come servizio ambientale; migliorare la dieta animale per ridurre
la fermentazione enterica e le emissioni di metano; creare impianti
di biogas per riciclare il letame; migliorare l'efficienza dei sistemi
di irrigazione e scoraggiare le concentrazioni di allevamenti vicine
ai grandi centri. Sostiene la Fao che il costo ambientale per unità
di produzione zootecnica dovrebbe essere almeno dimezzato. Basterà?
E basteranno quelle misure tecniche, se continua ad aumentare il consumo?
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