Anche
i maiali piangono
di
Jeremiy Rifkin
L'Espresso, 30/12/03.
Anche i maiali piangono. Dalle ricerche finanziate dalle società
del fast food agli studi sul campo degli etologi, è dimostrato
che tutti gli animali provano emozioni e hanno capacità di apprendimento.
Dovremmo passare dall'indifferenza ipocrita all'empatia, per poter comunicare
meglio con loro e percorrere insieme l'esperienza di vita.
Mentre la maggior parte delle discussioni sulle grandi tematiche scientifiche
di quest'anno verteva principalmente sulle nuove scoperte nel campo
delle nanotecnologie, sul computer e su domande esoteriche come l'età
del nostro universo, dietro le quinte dei laboratori sparsi per il mondo
si è andata rivelando una storia più pacata: una storia
il cui impatto sulla percezione umana e sulla nostra comprensione del
mondo che ci circonda diventerà probabilmente ancora più
forte. E, cosa ancora più strana, gli sponsor della ricerca sono
McDonald's, Burger King, KFC e altri produttori di fast food.
Pressati dagli attivisti per i diritti degli animali nonché dal
crescente favore dell'opinione pubblica per un trattamento umano degli
animali, queste aziende hanno finanziato tra le altre cose la ricerca
sugli stati emotivi, mentali e comportamentali delle creature simili
a noi.
Quello che stanno scoprendo i ricercatori è sconvolgente. Sembra
che molte di queste creature somiglino a noi molto di più di
quanto non si possa immaginare. Gli animali sentono il dolore e la sofferenza,
conoscono lo stress, l'affetto, l'eccitazione, e persino l'amore. Alcuni
studi della Purdue University negli Usa sul comportamento sociale dei
maiali hanno dimostrato, per esempio, che questi si deprimono facilmente
quando sono isolati o se gli è negato di giocare con gli altri.
La carenza di stimoli mentali e fisici può portare al peggioramento
della salute e ad una crescente incidenza di diverse malattie.
L'Unione europea si è presa a cuore questi studi mettendo fuori
legge i porcili al chiuso isolanti e ordinando che entro il 2012 vengano
sostituiti da porcili all'aria aperta. In Germania, il governo sta incoraggiando
gli allevatori di maiali a dare ad ogni maiale 20 secondi al giorno
di contatto umano e di dargli anche due o tre giocattoli per evitare
che litighino fra loro.
La ricerca sui maiali rivela solo la superficie di ciò che sta
avvenendo in questo nuovo ed esplosivo campo di ricerca sulle emozioni
animali e le abilità cognitive. I ricercatori sono rimasti colpiti
dalla pubblicazione di un articolo sulla prestigiosa rivista "Science"
nella quale venivano descritte le abilità concettuali dei corvi
della Nuova Caledonia. Gli scienziati della Oxford University hanno
dichiarato che in una serie di esperimenti controllati è stata
data a due uccelli, Betty e Abel, la possibilità di scegliere
tra due strumenti, un cavo dritto e uno uncinato, per sfilare un pezzo
di carne da un tubo. Tutti e due hanno scelto il cavo uncinato. Ma Abel,
il maschio dominante, ha sottratto l'uncino a Betty, lasciandole solo
il cavo dritto. Betty, niente affatto demoralizzata, ha incuneato bruscamente
nel cavo il becco con il quale l'ha poi piegato in modo da creare un
uncino come quello che le era stato rubato. Poi ha sfilato il cibo dal
tubo. I ricercatori hanno ripetuto l'esperimento altre dieci volte dandole
solo cavi dritti, e lei ne ha fatto un uncino per nove volte, dimostrando
una sofisticata abilità nella creazione di strumenti.
Poi, c'è la storia di Alex il pappagallo africano grigio in grado
di svolgere compiti che si pensava fossero di esclusivo dominio degli
esseri umani. Alex può identificare più di 40 oggetti
e sette colori e riunire e separare gli oggetti per categorie. È
persino capace di apprendere concetti astratti come "uguale"
o "differente" e di risolvere problemi in base alle informazioni
che gli vengono fornite.
Altrettanto stupefacente è Koko, un gorilla di 150 chili, al
quale è stato insegnato il linguaggio dei segni: ne ha imparati
più di mille e capisce diverse migliaia di parole inglesi. Nei
test per misurare il quoziente d'intelligenza degli umani, Koko raggiunge
un punteggio tra 70 e 95, collocandosi nella categoria di coloro che
apprendono più lentamente - ma non
in quella dei ritardati.
L'abilità a costruire strumenti e lo sviluppo di linguaggi sofisticati
sono solo due dei tanti attributi che pensavamo appartenessero esclusivamente
alla nostra specie. L'auto-consapevolezza ne è un'altra ancora.
I filosofi e gli studiosi del comportamento animale hanno discusso a
lungo del fatto che gli altri animali non hanno auto-consapevolezza
perché manca loro un senso di individualismo. Ma, secondo studi
recenti, non è così. Un ricercatore austriaco, Pete
Chernika, sostiene che negli esperimenti "i delfini sembrano superare
i test sulla consapevolezza riconoscendosi negli specchi". Al National
Zoo di Washington, gli orangotango a cui vengono dati degli specchi
esplorano le parti del loro corpo che non riuscirebbero a vedere altrimenti,
dimostrando un senso del sé. Chantek, un orangotango che vive
nello zoo di Atlanta, ha dimostrato un senso di auto-consapevolezza
notevole. Ha utilizzato uno specchio per pulirsi i denti e per aggiustarsi
gli occhiali, ha raccontato il suo trainer.
Quando però si arriva al test finale, quello che dovrebbe indicare
ciò che distingue gli esseri umani dalle altre creature, gli
scienziati hanno creduto a lungo che la vera differenza consistesse
nel piangere i morti. Che gli altri animali non hanno il senso della
mortalità e non sono in grado di comprendere il concetto della
loro stessa morte. Ma non è necessariamente così. Sembra
che anche gli animali conoscano il dolore. Spesso gli elefanti vegliano
per giorni, in silenzio, i loro compagni morti, toccando di tanto in
tanto i corpi con le loro proboscidi.
La biologa keniota Joyce Poole, che ha studiato gli elefanti per venticinque
anni, afferma che il comportamento degli elefanti nei confronti dei
loro morti "mi lascia pochi dubbi sul fatto che questi siano in
grado di sentire forti emozioni e di capire in qualche modo la morte".
Sappiamo anche che virtualmente tutti gli animali giocano, specialmente
quando sono piccoli. Chiunque abbia osservato i modi buffi dei cagnolini,
gatti, cuccioli di orso e simili, non può fare a meno di notare
la somiglianza che esiste tra il loro modo di giocare e quello dei nostri
figli.
Alcuni recenti studi sulla chimica del cervello dei topi hanno dimostrato
che, quando questi giocano, il loro cervello rilascia una grande quantità
di dopamina, un neuro-chimico associato al piacere e all'eccitazione
negli esseri umani.
Concentrandosi sulle incredibili similitudini nell'anatomia e nella
chimica del cervello degli umani e degli altri animali, Steven Siviy,
uno scienziato del comportamento al Gettysburg College in Pennsylvania,
pone una domanda che si sta sviluppando anche nelle menti degli altri
ricercatori. "Se credete all'evoluzione attraverso la selezione
naturale, come potete credere che i sentimenti siano apparsi con gli
esseri umani, di colpo, dal nulla?".
Le nuove scoperte dei ricercatori sono però una voce isolata
rispetto alla concezione sposata dalla scienza ortodossa. Ricordate
che è stato René Descartes, il grande scienziato e filosofo
dell'Illuminismo, a descrivere gli animali come "automi senz'anima",
i cui movimenti si distinguevano appena da quelli dei pupazzi meccanici
che ballavano intorno all'orologio di Strasburgo.
Fino a tempi molto recenti, gli scienziati sostenevano ancora che il
comportamento della maggior parte delle creature era dovuto semplicemente
al mero istinto e che quello che poteva sembrare comportamento appreso
altro non era che un'attività geneticamente trasmessa. Ora sappiamo
che le anatre devono insegnare i percorsi migratori ai loro anatroccoli.
Stiamo, infatti, imparando che l'apprendimento viene quasi sempre tramandato
dal genitore ai figli e che la maggior parte degli animali si imbattono
in diversi tipi di
esperienze apprese, assimilate dagli esperimenti continui e dal tentare
di risolvere problemi attraverso errori e riprove.
Perciò cosa ci dice tutto questo rispetto al modo in cui trattiamo
le creature simili a noi? Che dire delle migliaia di animali che ogni
anno vengono sottoposti a dolorosi esperimenti di laboratorio? O dei
milioni di animali domestici cresciuti nelle condizioni più disumane
e destinati al macello e al consumo umano? Dovremmo vietare le trappole
che bloccano le
zampe e scoraggiare l'acquisto e la vendita di pellicce? E l'uccidere
gli animali nello sport?
La caccia alla volpe nelle campagne inglesi, la corrida in Spagna, le
battaglie tra galli in Messico? E lo spettacolo? I leoni selvaggi vanno
rinchiusi nelle gabbie degli zoo, e gli elefanti vanno fatti esibire
nei circhi?
Queste domande oggi cominciano ad apparire nelle aule dei tribunali
e nelle legislazioni di tutto il mondo. A Harvard e in altre venticinque
facoltà di giurisprudenza nei soli Stati Uniti, sono stati introdotti
dei corsi sul diritto degli animali e nel sistema processuale sta facendo
capolino un crescente numero di casi riguardanti il diritto degli animali.
Recentemente, la Germania è diventato il primo Paese al mondo
a sancire il diritto degli
animali nella propria Costituzione.
La discussione globale sul comportamento, che sta emergendo, sullo status
e sui diritti delle creature simili a noi marca una grande svolta nello
sviluppo della coscienza umana e un nuovo banco di prova per la misurazione
del progresso umano. Nei millenni, gli storici hanno usato diversi criteri
per valutare il progresso umano. In tempi recenti, i risultati scientifici,
la competenza tecnologica, e le conquiste materiali sono arrivate in
cima
alla lista degli indicatori della misura del progresso umano. Anche
se meritano attenzione, andrebbe però notato che ognuna di queste
tre categorie non è assente da svantaggi.
Sicuramente, il ventesimo secolo è testimone del fatto che la
scienza, la tecnologia e il commercio possono essere applicati in modi
crudeli e che separano ma che sono anche migliorativi e armoniosi. Tuttavia,
c'è un altro modo per misurare il progresso umano, che viene
guardato dagli storici dall'alto in basso perché è meno
quantificabile, e quindi sospetto. Penso all'empatia, espressione
più preziosa di tutte le altre che è allo stesso
tempo sia un sentimento che un valore. Empatizzare significa l'attraversare
e fare esperienza, nella maniera più profonda, dell'essere altrui
- specialmente la lotta dell'altro per sopravvivere e prevalere nel
viaggio della vita. Mentre l'empatia ha radici biologiche profonde,
ha bisogno anch'essa, come il linguaggio, di essere continuamente praticata
e rinnovata per restare in uso. L'empatia è l'espressione della
comunicazione tra esseri.
Nel lungo corso della storia umana, si è fatto sempre più
chiaro che, in fondo all'anima, il viaggio umano riguarda, l'estensione
dell'empatia verso domini più vasti e inclusivi. L'empatia dei
genitori per i figli é il primo grado. A questo livello, il processo
è sia guidato biologicamente che costruito socialmente. Ogni
passo che segue questa connessione dalle radici biologiche richiede
un apprendimento paziente - non derivante dal controllo e
dal dominio ma piuttosto dall'arrendevolezza e dalla rivelazione. L'empatia
è qualcosa che ci si rivela se siamo aperti verso quel tipo di
esperienza. E siamo spesso più aperti quando abbiamo sopportato
travagli e difficoltà personali nei nostri viaggi individuali
per durare e prevalere. Mentre il soggiornare umano è spesso
sporcato da sconfitte, fallimenti e sofferenze di grande portata, ciò
che ci salva è che le difficoltà alle quali resistiamo,
sia individualmente sia collettivamente, possono prepararci ad essere
aperti alle difficoltà altrui, a consolarli e a sostenere la
loro causa."Non fare agli altri ciò che non vuoi venga fatto
a te", è l'espressione operativa del processo di empatia.
All'inizio, la regola d'oro era estesa solo ai consanguinei e alle tribù.
Successivamente è stata estesa alle persone con vedute simili
- a coloro che condividevano una religione, alla nazionalità
o all'ideologia. Nel diciottesimo secolo, nacquero le prime società
umanistiche, le quali estendevano il viaggio empatico alle creature
simili a noi.
Carol, mia moglie, una volta mi ha detto qualcosa che non dimenticherò
mai:ogni creatura vivente oggi, ha osservato, è un compagno di
viaggio che è connesso a noi solo per la circostanza di trovarsi
qui sulla Terra, insieme, allo stesso tempo. Abbiamo, perciò,
un legame storico. Ma, ogni creatura ha anche il suo viaggio personale
da fare, il proprio destino da vivere e la propria eredità da
tramandare. Fino a che potremo empatizzeremo con il loro viaggio e apprezzeremo
insieme il tempo comune sulla Terra. Avremo la possibilità di
diventare completi e le nostre vite saranno arricchite. Gli studi
attuali sulle emozioni, le capacità cognitive e il comportamento
degli animali aprono una nuova fase nel viaggio dell'umanità,
permettendoci sia di espandere sia di approfondire la nostra empatia.
Questa volta per includere la vastissima comunità di creature
che vivono al nostro fianco.
*Jeremy Rifkin, presidente della Foundation on Economic Trends a Washington,
è autore di "Il Secolo Biotech" (Baldini & Castoldi,
1998) ed "Ecocidio" (Mondadori, 1992)
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