La
piccola storia di Gianna, Michele e, purtroppo, anche degli altri.
Avevo scritto questa storia per me, per ricordare nel tempo l’emozione
che ho provato oggi, per essere sicura che il tempo non diluisse
e scolorisse il mio ricordo. Poi ho pensato che questa storia poteva
essere raccontata anche ad altri, che le nostre parole possono essere
un veicolo di trasporto di esperienze. Anche nel caso, come questo,
in cui si sa che il tentativo di comunicare veramente, di entrare
in contatto con le coscienze degli altri è già fallito
in partenza, che non c’è modo sicuro di squarciare
quel velo che copre gli occhi dell’abitante umano medio di
questo squallido pianeta. Raccontare diventa un modo per non sentirsi
troppo soli, per cementare la propria convinzione, per continuare
a ribadire a se stessi che non si può far altro che continuare
così, indipendentemente dal fatto che la lotta per la libertà
degli animali avrà successo o avrà fine solo con la
fine definitiva (e per fortuna certa) della specie umana.
Gianna aveva 14 mesi quando l’ho conosciuta. Era una scrofa
di un piccolo allevamento, di quelli che si trovano in campagna
un po’ dappertutto, dove la gente di città va a comperare
i salumi perchè sono ancora caserecci, saporiti, fatti artigianalmente.
Gianna era stata coperta dal gigantesco verro in un momento sbagliato,
non programmato e aveva partorito 11 maialini.
Dal parto e per due terribili, lunghissimi mesi, era stata segregata
in uno stanzino buio e puzzolente, in una di quelle gabbie che immobilizzano
le scrofe per tutto il periodo dell’allattamento (e che la
gente non vuole credere che esistano) e aveva uno sguardo terribile,
tristissimo, uno sguardo che era di nostalgia e di distanza astrale
rispetto a questo mondo. Non che la vita prima fosse stata particolarmente
bella per lei ma almeno viveva con altri maiali e poteva fare qualche
passo, anche se merdoso, in un locale (anche se di merdoso cemento
e sempre semibuio).
Il motivo per cui le scrofe devono allattare in queste gabbie di
tortura, è che rischiano di schiacciare i loro piccoli quando
si muovono dato che il cemento del pavimento, a differenza dei nidi
di frasche e rami che si costruirebbero in natura, non permette
ai piccoli di sgusciare via nel caso la madre si giri un po’
troppo rapidamente. La Gianna aveva svezzato i suoi piccoli ma non
c’era un locale libero nella cascina e la sua tortura si stava
prolungando senza che io potessi vederne la soluzione. Ogni giorno
che andavo alla fattoria (bellissimo nome per un vero inferno; portarci
i bambini è il massimo della perversione educativa) litigavo
con il contadino e gli dicevo di costruire un recinto all’aperto
per trasferire Gianna e prole. Ma c’erano problemi, non si
sa bene quali, che il contadino (X) diceva insormontabili. Un giorno
X mi disse che finalmente aveva risolto, che aveva venduto Gianna
e figli, che l’indomani veniva il camion. A chi – domandai.
A un allevatore che ne aveva 6-700. E come li tiene? Tu ti lamenti
di me ma dovresti vedere come li tengono gli altri, capiresti che
io ci tengo e li tratto bene. Diventai una furia. Decisi che non
sarei più andata lì, pace per i cani alla catena che
ormai si erano abituati a fare il giretto tutti i giorni. Era troppo
da masochisti continuare a frequentare un simile posto. L’orrore
era dappertutto e la mia presenza non avrebbe fatto nessuna differenza.
La mia furia spaventò X che si era abituato gradualmente
alle idee che gli sottoponevo e iniziava ad apprezzare il mio arrivo
quotidiano verso le 17. Ero anche riuscita a parlare a X di veganismo
e l’avevo pure portato a mangiare seitan. Da quando frequentavo
l’allevamento le mucche avevano iniziato a uscire all’aperto,
le caprette giravano libere, i cani avevano catene lunghe e scorrevoli,
il veterinario veniva chiamato se c’era un problema. Il giorno
dopo l’accesa discussione mi disse che aveva disdetto la vendita.
Gianna era stata trasferita in un recinto al chiuso insieme ai suoi
cuccioli e ai cuccioli delle due scrofe che avevano partorito 3
mesi prima. Il problema era che 35 maialini volevano ciucciare il
suo latte e dopo tre giorni Gianna stava iniziando a deperire. Non
era possibile lasciarla insieme ai maialini. Tornò, sola,
nel buio e puzzolente stanzino. Vedendomi sconvolta X mi disse che
mi regalava Gianna e che le avrebbe costruito un recinto tutto suo
in cui avrei potuto tenerla per tutto il tempo che volevo. Tempo
10 giorni e la casa e il “giardino” di Gianna sarebbero
stati pronti. X è un uomo di parola. Comprò mattoni
e cemento, listelli di legno e tutto l’occorrente. Lavorò
sodo nonostante il caldo insopportabile. Io ogni giorno andavo da
Gianna e la facevo uscire per un’oretta dalla sua prigione
schifosissima. La portavo a “pascolare” sul retro della
cascina, le facevo la doccia, la spazzolavo, l’accarezzavo
e cercavo di fare amicizia. Ogni volta che aprivo la porta dello
stanzino (da cui la sentivo grugnire impetuosamente quando mi avvicinavo)
pensavo che avrebbe dovuto assalirci, sgozzarci tutti, ammazzare
chi aveva osato trattarla in quel modo pazzesco. Invece lei usciva,
si guardava intorno per abituarsi al chiarore del sole, poi dava
due grugniti e si metteva a correre, pazza di gioia, saltando come
un cane quando vede che prepari il guinzaglio. All’inizio
non mi filava per niente (e perchè avrebbe dovuto?). Poi
iniziò a correre verso la canna dell’acqua quando voleva
bere o fare la doccia. Dopo qualche giorno iniziava a seguirmi e
a farsi accarezzare. Se grugnivo, mi rispondeva. Era dolce e mansueta,
solo, e giustamente, un po’ diffidente.
Un pomeriggio, a causa del calore soffocante e della scarsa pulizia
del suo stanzino, la trovai sdraiata boccheggiante e ansimante quando
aprii la porta. Quasi non riusciva ad alzarsi, la puzza di ammoniaca
era tremenda e lei ci era stata obbligata per ore e ore. Le chiesi
scusa a nome del genere umano, le feci subito una doccia fresca,
pulii il fieno sporco e le chiesi di portare pazienza ancora due
giorni, la sua casa era quasi finita...
Il giorno dopo era là, sdraiata sulla terra fresca del suo
cortiletto, un po’ arrossata dal troppo sole che aveva preso,
spaparanzata ad annusare l’aria profumata di settembre. Appena
la chiamai mi corse incontro e fu vera festa. Le portai delle mele
e le diedi pannocchie dolci e chiare. Le dissi che non l’avrei
fatta ingrassare perchè altrimenti non saremmo mai potute
andare a fare passeggiate in campagna. Il suo sguardo era ormai
limpido, dritto nei miei occhi. Grugnì, grugnii, intesa perfetta.
Occorreva cogliere l’attimo.
Uno dei suoi maialini era un po’ più piccolo degli
altri, come fosse un po’ ritardato. Quando arrivava il secchio
del latte era l’ultimo dei 35 ad avvicinarsi, forse era stato
travolto dall’irruenza degli altri e preferiva stare in disparte.
Dissi a X che quel maialino era troppo piccolo e che avremmo dovuto
darlo a Gianna e ovviamente sottrarlo per sempre alla sorte che
gli era stata organizzata. X, non si sa come e perchè, accettò.
Io credo che si stesse appassionando al caso e forse per la prima
volta in vita sua iniziava a vedere gli animali da un punto di vista
nuovo. Non so.
Michelino é stato allora preso dalla stanza dei maialini
e messo, da solo, nello stanzino dove fino al giorno prima c’era
Gianna. Non so perchè X non si fidava a metterlo subito con
la Gianna, diceva che era meglio aspettare un pochino. Gli mettemmo
un collarino e lo portammo a fare un giretto, giusto perchè
iniziasse ad abituarsi a noi.
Pomeriggio ho preso Michelino e siamo andati davanti al giardino
di Gianna. Appena si sono visti Gianna e Michelino hanno iniziato
a grugnire a più non posso, ad usmarsi attraverso la recinzione,
a fare scene da matti. X sosteneva che una volta perso il latte
la scrofa non cerca più i maialini. Oggi ha avuto la prova
che tutte queste scempiaggini da allevatore sono assolutamente infondate.
No ho potuto, nè fisicamente nè moralmente, riportare
indietro Michelino, da solo, nello sgabuzzino. Ho aperto la porta
di casa della Gianna e l’ho infilato dentro, sperando dal
profondo del cuore che non ci fossero problemi.
Gianna ha cominciato a girargli intorno, fuori di sè dalla
contentezza. L’ha leccato, ribaltato, seguito per tutto il
tempo che siamo stati a guardarli. Io, X e gli altri che erano lì,
siamo rimasti ammutoliti da questa scena di amore totale, un incontro
che non dimenticheremo. Michelino si è finalmente rilassato.
A pancia in su, gli occhi socchiusi di piacere, si godeva il grugno
di Gianna sulla pancia. Di fianco alla sua possente mamma ha ritrovato
di colpo quell’equilibrio che sembrava non avere. Li abbiamo
lasciati da soli a godersi il chiaro della notte, ad annusare la
terra scura. Domani porterò una macchina fotografica per
vedere se mi riesce di raccontare i loro occhi, la loro soddisfazione,
quell’imponderabile sorriso che sembra a volte comparire sui
loro volti.
Appena fuori dalla casa di Gianna e Michelino occorre tirare una
tenda mentale, quella che io chiamo “della sopravvivenza”.
Se non la tiri bene, se lasci degli spiragli, rischi la salute mentale
e probabilmente il suicidio.
Infatti inizieresti a vedere che a 10 metri da loro ci sono gli
altri 10 maialini, e i 24 delle altre due scrofe. Poi c’è
la nidiata di 12 mesi, quella che se ne andrà per prima,
a dicembre, credo. Di là ci sono Lucia e Diana, le altre
due scrofe e Tommaso, il grande verro che fa fatica a girarsi nel
suo stanzino lungo e stretto.
Ci sono le 6 mucche e i 10 vitelli da carne. Le capre sembra che
siano, insieme a cani e gatti, le uniche a non rischiare la pelle.
E poi le galline mezze spennate, tenute nei recinti lucchettati
perchè c’è pure chi li va a rubare gli animali
(non per liberarli ma per mangiarseli).
E più in là, a 700 metri in linea d’aria c’è
quell’orribile posto di Y con le mucche da latte dove X, preso
da compassione come dice lui, va a volte a ritirare i vitellini
inutili perchè non vadano a morire subito. A 3 km ci dev’essere
un grosso allevamento di maiali perchè si vedono i container
per la farina e quando si passa in bicicletta lungo il canale si
sentono spesso delle urla spaventose. A 50 metri da casa mia, nel
cortile comune, c’è Z che alleva i suoi bei polli e
conigli, per uso familiare. I nipotini vanni lì a giocare,
“ma che carini ma che carini”. Quando ammazza i polli,
però, i nipotini non ci sono mai. Poi c’è l’altra
vicina, che dice che “è orribile che è orribile”,
ma dalle sue finestre arriva spesso un buon odore di arrosto o di
brodo. Ancora più in là ci sono infine tanti miei
amici, i parenti, tutti quelli che in questi anni avevo pensato
che sarebbe stato così facile coinvolgere. In fondo basta
vedere alcune cose, leggere quattro righe, documentarsi 10 minuti
per capire in che orrore vivono gli animali. No, non basta. Non
so se basterà portarli a vedere Gianna e Michelino. Non credo.
Il loro bisogno di prosciutto si è così radicato nella
loro povera testa da essersi tramutato in una sorta di diritto al
prosciutto. Gianna e Michelino forse riusciranno a trascorrere una
vita lieta, se non proprio felice. E’ gente che gode di poco,
una rapa, una prugna un po’ di fango li fanno contenti. I
miei parenti e amici, invece, non si accontentano mai. Le conseguenze
delle loro azioni sembra che non li riguardino.
Domani, quando andrò a trovare Gianna, se sarà libera
e avrà voglia, parleremo proprio di questo: qual’è
il termine massimo che si può concedere ad una persona informata
e mediamente intelligente per cambiare radicalmente le sue abitudini
alimentari, prima di considerarla definitivamente una stronza non
ulteriormente frequentabile...
Alessandra
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